Luoghi di vita e di lavoro di Leonardo e del padre Ser Piero
A causa l’assenza di Leonardo nel 1469 fra le «bocche» della famiglia del padre, che operava «al Palagio del Podestà» di Firenze, pur dichiarando al Catasto di avere una «casa per nostro abitare nel Popolo di Santa Croce» nel comune di Vinci, era invalsa la convinzione che Leonardo si fosse trasferito a Firenze in quell’anno. Inoltre, per la tradizione biografica creata da Vasari, si ritiene che in quello stesso 1469 fosse entrato nella Bottega del Verrocchio. In realtà è presumibile che la sua formazione artistica fosse più precoce e che egli abitasse in Firenze assai prima, anche in quelle case che Ser Piero aveva preso in affitto almeno dal 1457.
L’ultima notizia certa indica l’abitazione di Leonardo in Palazzo Martelli nel 1508. L’ultimo suo progetto per Firenze risale, invece, al 1515, quando si occupò del quartiere mediceo.
Luoghi di lavoro del padre di Leonardo
Ser Piero, padre di Leonardo, esercitò la professione di notaio in Firenze dal 1448 al 26 giugno 1504. Quando morì, il 9 luglio 1504, Leonardo annotò che era ancora "notaio al Palazzo del Podestà" (oggi Museo del Bargello, tra via del Proconsolo e via Ghibellina), nei cui pressi ebbe sempre lo studio.
In un suo rogito del 12 luglio 1456, Ser Piero dichiarava: «Actum Florentie, in Populo Sancti Stefani Abbatie fiorentine, in apotheca residentie mei Petri notarii infrascripti» [Fatto in Firenze, nel Popolo di Santo Stefano della Badia Fiorentina, nel fondo di residenza di me medesimo, Piero notaio suddetto]. L’abitazione e lo studio del notaio erano in un fondo della Badia Fiorentina di via del Proconsolo, come si deduce anche dai confini indicati dallo stesso Ser Piero in altri suoi rogiti (1456-1468): «a I et II et III bona dicte Abbatie, a IIII via publica», ossia confinante su tre lati con i beni della detta Badia, sul quarto con la via pubblica.
Dal maggio 1461 all’ottobre 1468, il suo studio era ancora in un edificio della Badia, in società con tre altri notai: Ser Antonio di Adamo di Grazia, Ser Bartolomeo di Antonio Nuti e Ser Piero di Carlo del Viva.
Dal novembre 1468 Ser Piero aveva lo studio di notaio nel Popolo di Santo Stefano alla Badia, di fronte al Palazzo del Podestà (attualmente in via Ghibellina, di fronte al Bargello), prima in società con Ser Piero di Carlo del Viva, e poi da solo: dal novembre 1476 all’ottobre 1477 i due notai divisero lo studio con contratti separati.
Dal 1478 Ser Piero rimase unico affittuario, fino alla sua morte, quando gli subentrò il figlio, Ser Giuliano Da Vinci (dal 1504 al 1507).
Abitazioni del padre di Leonardo
Borgo dei Greci (1457-1462)
Ser Piero abitò nel Popolo di San Firenze almeno dal 19 agosto 1457, data di una liberatio sclavae rogata da Ser Piero "in Populo Sancti Florentii, in domo habitationis mei notarii infrascripti", al 4 ottobre 1462. L'identificazione della casa è possibile grazie a un documento del 7 febbraio 1462, in cui sono indicati i confini dello stabile: "in Populo Sancti Florentii, in domo habitationis mei Petri notarii infrascripti, posita in dicto populo, cui a primo via, a II Domine Darie vidue, uxoris olim Iohannis Zuccheri, a III Chiassolino ex parte posteriori […]". Interessante notare che fra i testimoni era presente, oltre a un Amadori e a un Buti, il fratello di Ser Piero, Francesco, definito "calzaiuolo".
In base alle recenti ricerche di Elisabetta Ulivi, questa casa si trovava nel Popolo di San Firenze, in Borgo dei Greci, prossima a quella che era Via del Canestruccio e anche alla casa degli Amadori (la famiglia di Albiera, prima moglie di Ser Piero).
San Biagio (già Santa Maria Sopra Porta) - Piazza di Parte Guelfa (1462-1467)
Dal 29 ottobre 1462 al 29 marzo 1464, Ser Piero abitò con la moglie Albiera nel quartiere di Santa Maria Novella, Popolo di Santa Maria Sopra Porta, in prossimità della Piazza di Parte Guelfa (alla quale si accede da via Pellicceria, dal vicolo della Seta e dal chiasso di San Biagio).
La casa confinava da un lato con la strada, da un altro con Mario dei Nobili e su due lati con l'Arte del Cambio, che ne era proprietaria.
In questa casa, il 16 giugno 1463, nacque Antonia, figlia di Ser Piero e di Albiera, che morì e fu sepolta il 21 luglio dello stesso anno nella chiesa di San Biagio (già chiesa di Santa Maria Sopra Porta), dove il 15 giugno 1464 fu sepolta anche Albiera, morta "sopra parto".
Il 4 ottobre 1463 Ser Piero subaffittò per 5 anni, a Donato Franceschi, una casa di proprietà di Leonardo di Guasparre o di Maria Infangati, prossima alla Loggia dei Cerchi nel quartiere di Santa Croce (Popolo di San Romolo), che probabilmente aveva preso in affitto dubitando di poter restare nella casa dell'Arte del Cambio in Santa Maria Sopra Porta.
Piazza della Signoria - Chiasso dei Baroncelli (1467)
Il 16 gennaio 1467 Ser Piero prese in affitto una casa di Simone Baroncelli, nel Popolo di San Pier Scheraggio, "posta in sulla Piazza de' Signori", cioè Piazza della Signoria, confinante con il chiasso di messer Bivigliano, Sandro di Bivigliano Raugi, e Piazza de' Baroncelli. Qui rimase fino almeno al 12 ottobre dello stesso anno, data di un suo rogito in cui si legge "actum Florentie in Populo Sancti Petri Scheradii, in domo habitationis mei Petri notarii infrascripti", ossia eseguito in Firenze nel Popolo di San Pier Scheraggio (la chiesa poi incorporata ma ancora visibile nella Galleria degli Uffizi), nella casa in cui abito io, Ser Piero notaio soprascritto.
Il 27 ottobre 1467 la stessa casa venne riaffittata a Marco di Angelo Baroncelli, mentre il giorno seguente Ser Piero abitava e lavorava già nella casa nel Popolo di Sant'Apollinare.
Via dei Gondi (già Via delle Prestanze) (1467-1480)
Il 28 ottobre 1467 in un rogito di Ser Piero si legge: "actum Florentie in Populo Sancti Appolinaris, in domo habitationis mei notarii infrascripti", ossia redatto da Ser Piero nella propria abitazione di Sant'Apollinare.
Si tratta già, molto probabilmente, della casa in cui Ser Piero abitò fino al 1480, nel Popolo di Sant'Apollinare, in Via delle Prestanze (detta anche Via del Montecomune, o sdrucciolo della Dogana), ampliata nell'Ottocento dai lavori del Poggi per Firenze capitale, configurando l'attuale Via dei Gondi. L'edificio apparteneva all'Arte dei Mercatanti (o di Calimala); Ser Piero lo teneva in subafitto da Michele di Giorgio del Maestro Cristofano e poi da Giuliano Gondi. Infatti Ser Piero, nel Catasto del 1480, precisava: "Stavo prima a pigione in una casa dell'Arte de' Mercatanti […] per fiorini 30 l'anno. Rispondo di detta pigione a Giuliano Gondi per tutto ottobre prossimo che viene, 1480".
Nel 1485 il Gondi, che già possedeva l'abitazione confinante, nella quale viveva, acquistò anche le case dell'Arte dei Mercatanti; fece abbattere questi edifici e incaricò Giuliano da Sangallo di costruire l'attuale Palazzo Gondi. I lavori iniziarono il 29 luglio 1490. Qui un'iscrizione ricorda: "leonardo da vinci / visse la benaugurata giovinezza / in una casa dell'arte dei mercatanti / che da giuliano gondi fu compra e disfatta / nel murare questo palagio / al quale dandosi perfezione nel mdccclxxiv / il comune e il signore concordi / vollero che la memoria di tanto nome / al nobile e vago edificio / accrescesse decoro".
È interessante notare come Leonardo citi nel Codice Atlantico (f. 1024v), fra gli altri amici, anche Giuliano Gondi, il quale aveva molte attività commerciali fuori Firenze: i suoi figli, infatti, operavano a Napoli, in Ungheria e a Costantinopoli.
Via Ghibellina (1480-1504)
Dal 1 marzo 1480 (s.f. 1479) Ser Piero abitò nel Popolo di San Pier Maggiore in via Ghibellina (tra via della Fogna e via del Pepe, attualmente via Verrazzano e via del Fico), vicino al Palazzo del Podestà (l'attuale Museo del Bargello) come dichiarò nella portata al catasto dello stesso 1480. Si trattava della casa che avrebbe dovuto ereditare nel 1451 in base al testamento, redatto nel 1449, di Vanni di Niccolò di Ser Vanni, setaiolo e cambiatore; tale eredità, al centro di misteriose vicende, era stata oggetto di una controversia, che il nonno di Leonardo, Antonio, denunciò nella portata al catasto del 1457: "Anchora truovo un lascio, fu fatto a detto Ser Piero mio figliuolo per Vanni di Niccolò di Ser Vanni, per lo quale gli fu lasciato gli alimenti a sua vita et la ritornata della chasa in mentre vivesse, come appare pel testamento di detto Vanni, rogato per Ser Filippo di Cristofano, il quale lasciò non istimo alcuna cosa, perché gli eredi di detto Vanni di Niccolò di Ser Vanni, che furono e' frati di San Girolamo da Fiesole, preso che ebbono quello vollono con dispensatione del Papa, rifiutarono la detta eredità nelle mani dell'Arcivescovo di Firenze, et lui prese ogni cosa, et ha venduto e distribuito ogni cosa con dire essere beni guadagnati non lecitamente; et già sono circa d'anni 6 che detto Vanni morì, et mai se ne trasse nulla, et in tutto è spento et annullato".
Qui Ser Piero morì, come Leonardo ricorda, il 9 luglio 1504.
Tomba della famiglia Da Vinci - Badia Fiorentina
Nella Badia Fiorentina è ricordata la tomba di famiglia dal 1472 ("S.S. PETRI ANTONI S. PETRI DE VINCIO ET SUORUM A.D. 1472"). Qui fu sepolto Ser Piero nel 1504; sempre in Badia furono, inoltre, sepolte due sorelle di Leonardo, morte poche settimane dopo la nascita, nel 1477 e nel 1490; un’altra ancora nel 1505. La prima moglie di Ser Piero, Albiera, e la loro figlia Antonia erano state invece inumate nella chiesa di San Biagio (già chiesa di Santa Maria Sopra Porta), rispettivamente nel 1464 e 1463.
Bottega del Verrocchio (Via dell'Agnolo)
Almeno dal 1451 la famiglia del Verrocchio possedeva una casa all’incrocio di via dell’Agnolo con "Via Pentolini sive Malborghetto" (oggi via de’ Macci). Qui Andrea del Verrocchio abitò almeno fino al 1470. In un ambiente adiacente, o comunque posto nelle immediate vicinanze, si trovava invece la sua bottega, dove lavorò anche Leonardo, la cui presenza è documentata almeno nel 1476.
Successivamente Andrea «teneva a pensione una bottega con più abituri» in altra contrada, probabilmente dietro il Duomo, in una proprietà della famiglia dei Bischeri, dove era in precedenza il laboratorio di Michelozzo e Donatello.
Giardino di Lorenzo de' Medici in San Marco
Scrive l’Anonimo Gaddiano che Leonardo "stette, da giovane, col Magnifico Lorenzo de’ Medici, et dandoli provisione, per sé il faceva lavorare nel giardino sulla piazza di San Marco di Firenze".
Condivi, nella Vita di Michelangelo, dice che questi vi fu introdotto a lavorare da Granacci nel 1490.
Vasari ricorda lo scultore Bertoldo come colui che, per volontà di Lorenzo, ricopriva l’incarico di conservatore delle opere e direttore della scuola di pittori e scultori nel complesso di San Marco, descritto, sempre dal Vasari, in questi termini: «la loggia, i viali, e tutte le stanze del giardino che Lorenzo aveva edificato in sulla piazza di San Marco». Lo scrittore aretino ricorda, inoltre, in questo luogo la presenza di artisti vicini a Leonardo quali Rustici, Granacci stesso, Lorenzo di Credi, oltre al Torrigiano, a Baccio da Montelupo e Andrea Sansovino.
Il "Giardino di Lorenzo" si trovava all’angolo su Piazza San Marco (dal lato della chiesa) tra via Larga (attuale via Cavour) e via Arazzieri, confinante con lo "Spedale" dei Tessitori e la Compagnia dei Preti, nell’isolato compreso tra via Salvestrina e via San Gallo, dove era anche il Giardino di Clarice de’ Medici, proprietà fino al 1478 della chiesa di Santa Maria della Neve.
In realtà esistono alcuni dubbi circa le date e le presenze nel Giardino di Lorenzo. Non si è, ad esempio, sicuri se Cosimo il Vecchio possedesse qui un terreno già nel 1455, o se Lorenzo lo acquistò solo dopo il 1480 quando Leonardo aveva orami 28 anni e stava per lasciare Firenze recandosi a Milano. Ma già in una carta del Massaio, databile tra il 1472 e il 1480, appare l’"hortus Laurentii de’ Medicis".
Lo stesso Giardino fu utilizzato come deposito di armi oltre che come rifugio di opere d’arte, quando Carlo VIII entrò in Firenze nel 1494, determinando la fuga di Michelangelo e del suo mecenate Piero de’ Medici: in quell'occasione il Giardino di Lorenzo e l’Orto di San Marco furono saccheggiati dal popolo inferocito.
Chiesa della Santissima Annunziata
Tornato a Firenze non oltre il 24 aprile 1500, Leonardo subentrò a Filippino Lippi nell’incarico di eseguire le pitture per l’altare maggiore della Santissima Annunziata e per questo accettò l’ospitalità dei frati prendendo alloggio nel convento, insieme ai suoi collaboratori.
Scrive Vasari nel 1550 che «Ritornò a Fiorenza, dove trovò che i frati de' Servi avevano allogato a Filippino l'opere della tavola dello altar maggiore della Nunziata; per il che fu detto da Lionardo che volentieri avrebbe fatto una simil cosa. Onde Filippino inteso ciò, come gentil persona ch'egli era, se ne tolse giù; et i frati perché Lionardo la dipignesse, se lo tolsero in casa, facendo le spese a lui et a tutta la sua famiglia. E così li tenne in pratica lungo tempo, né mai cominciò nulla. In questo mezzo fece un cartone dentrovi una Nostra Donna et una Santa Anna, con un Cristo, la quale non pure fece maravigliare tutti gli artefici, ma finita ch'ella fu, nella stanza durarono duoi giorni di andare a vederla gli uomini e le donne, i giovani et i vecchi, come si va a le feste solenni, per vedere le maraviglie di Lionardo, che fecero stupire tutto quel popolo. Perché si vedeva nel viso di quella Nostra Donna tutto quello che di semplice e di bello può con semplicità e bellezza dare grazia a una madre di Cristo; volendo mostrare quella modestia e quella umiltà che in una vergine contentissima di allegrezza del vedere la bellezza del suo figliuolo, che con tenerezza sosteneva in grembo; e mentre che ella con onestissima guardatura a basso scorgeva un santo Giovanni piccol fanciullo che si andava trastullando con un pecorino, non senza un ghigno d'una Santa Anna che, colma di letizia, vedeva la sua progenie terrena esser divenuta celeste».
Fra’ Pietro da Novellara, in una lettera a Isabella d’Este del 3 aprile 1501, confermava che Leonardo stava lavorando al cartone della Sant’ Anna: l'ubicazione di quest'ultimo, che non corrisponde a quello conservato nella National Gallery di Londra, è tuttora sconosciuta.
Recentemente sono state individuate nella sede dell’Istituto Geografico Militare, al confine con i locali ancora appartenenti al convento, le stanze dove Leonardo avrebbe potuto alloggiare a lungo e probabilmente lavorare alle "meraviglie" del cartone. Si tratta, nonostante i rimaneggiamenti, di ambienti riconducibili all’opera di un architetto come Michelozzo, appartenente all’ambito brunelleschiano. Non sono invece sostenibili le proposte di attribuire a Leonardo alcuni affreschi tuttora presenti in questi ambienti.
La chiesa della Santissima Annunziata fu ristrutturata intorno al 1440 da Michelozzo, ma fu Leon Battista Alberti a disegnarne la rotonda. Il portico è opera di Antonio da Sangallo, mentre nel Chiostrino dei Voti, oltre alla Natività di Alessio Baldovinetti con un paesaggio che sicuramente richiamò l’attenzione di Leonardo, si trovano gli affreschi dei protagonisti del Manierismo successivo a Leonardo come Pontormo, Rosso Fiorentino e Andrea del Sarto.
Dopo che la Signoria gli aveva commissionato la Battaglia di Anghiari, il 24 ottobre 1503 Leonardo ricevette le chiavi della Sala del Papa in Santa Maria Novella, dove avrebbe dovuto elaborare il cartone preparatorio della grande pittura murale, prevista sulla parete orientale della Sala Grande di Palazzo Vecchio, in uno spazio di metri 18,8 di larghezza per 8 di altezza.
Nel febbraio 1504 si registrano pagamenti per «fare el ponte al detto cartone» e per molti altri lavori e spese preliminari.
Il cartone fu poi trasportato in Palazzo Vecchio, dove servì per il "riporto" sul muro della composizione della Battaglia di Anghiari. Nella stessa Sala, insieme al cartone di Michelangelo per la Battaglia di Cascina, costituì quella meraviglia che Benvenuto Cellini definì la "Scuola del mondo" per l’influenza che esercitò sugli artisti che l’ammirarono. Attualmente non sappiamo dove si trovi, ma è difficile credere che sia andato perduto.
Santa Maria Novella aveva sicuramente rappresentato per Leonardo una lezione fondamentale nelle diverse espressioni artistiche del primo Rinascimento, con la facciata dell’Alberti (commissionata dai Rucellai), la cappella Gondi (progettata da Sangallo, con un Crocifisso del Brunelleschi), la cappella Tornabuoni (con gli affreschi del Ghirlandaio), il Crocifisso di Giotto nella sacrestia, la Trinità di Masaccio (fondamentale anche per la concezione prospettica), il pulpito brunelleschiano, la cappella Rucellai (con la Madonna in trono di Cimabue, poi trasferita agli Uffizi), il chiostro verde con gli affreschi di Paolo Uccello (fra cui lo straordinario Diluvio), il Cappellone degli Spagnoli (affrescato da Andrea di Bonaiuto).
Palazzo Vecchio (già della Signoria)
Nel 1478 era stata affidata a Leonardo la realizzazione di una pala raffigurante La visione di San Bernardo per la cappella di San Bernardo nel Palazzo della Signoria, in un primo momento commissionata a Piero del Pollaiolo. Leonardo non completò l’opera pur avendo eseguito un cartone; l’incarico venne quindi assegnato al Ghirlandaio, ma fu Filippino Lippi a ultimare il dipinto che si conserva oggi agli Uffizi. Secondo l’Anonimo Magliabechiano Filippino usò anche il cartone di Leonardo. A seguito di una serie di trasformazioni iconografiche era divenuto una Madonna in trono con quattro santi e due angeli che ricordano gli angeli di Verrocchio e Leonardo, come quelli ideati per il Cenotafio Forteguerri di Pistoia, ora esposti al Louvre.
Nel 1503 venne commissionata a Leonardo, per la Sala del Gran Consiglio del Palazzo della Signoria, una grandiosa pittura murale raffigurante la Battaglia di Anghiari, che avrebbe dovuto commemorare la vittoria ottenuta il 29 giugno 1440 dai fiorentini, al comando di Giovanni Paolo Orsini, sui milanesi guidati da Niccolò Piccinino. Di fronte era poi prevista una Battaglia di Cascina per la quale fu incaricato Michelangelo.
I pagamenti ricordati nei documenti d’archivio testimoniano dei costi sostenuti per la costruzione di un ponteggio mobile e per i compensi di Leonardo e dei suoi collaboratori. Interessante è un’annotazione autografa di Leonardo nel Codice di Madrid II. Venerdì 6 giugno 1505 egli si trovava in Palazzo Vecchio e alle ore 13 cominciava a dipingere sul muro della Sala Grande: «Addì 6 giugno 1505 in venerdì, al tocco delle 13 ore, cominciai a colorire in palazzo. Nel qual punto del posare il pennello, si guastò il tempo e sonò a banco, richiedendo li omini a ragione. Il cartone si stracciò, l’acqua si versò, e ruppesi il vaso dell’acqua che si portava. E subito si guastò il tempo e piovve insino a sera acqua grandissima. E stette il tempo come notte».
Sorgono in proposito alcune domande: si tratta delle prime pennellate o, come è probabile, di una ripresa dei lavori? Il ricordo esprime anche un presagio negativo? Il ritmo dell’annotazione è incalzante, inquietante: «il cartone che si stracciò», «’acqua che si versò», «il vaso che si ruppe» hanno per Leonardo un significato profetico? Insieme al «tempo che si guastò e stette come notte», si tratta di un presentimento di quella leggendaria rovina della pittura che, secondo l’Anonimo Gaddiano e Vasari, avrebbe compromesso il nascente capolavoro di Leonardo?
L’ipotesi più verosimile è che non si sia trattato del fallimento dell’intera esperienza pittorica, quanto piuttosto di un parziale risultato negativo in una fase preliminare. Non è forse per recarsi a Milano su richieste di Charles d’Amboise e re Luigi XII che Leonardo interruppe i lavori – come scriveva il gonfaloniere Soderini – dopo aver «dato un piccolo principio a un’opera grande»? E non è forse documentato che il 26 febbraio 1513 (1514 secondo il calendario fiorentino) si faceva una struttura in legno per «d armare intorno le fighure dipinte nella Sala Grande della guardia di mano di Lionardo da Vinci, per difenderle, che le non sieno guaste»? Quindi il capolavoro incompiuto di Leonardo sembrerebbe essere stato conservato e ben protetto, anzi addirittura visibile e ammirato. È significativo quanto scriveva Anton Francesco Doni nel 1549, anni prima della ristrutturazione vasariana (1563): «E salito le scale della Sala Grande, diligentemente date una vista a un gruppo di cavalli, e d’uomini (un pezzo di Battaglia di Lionardo da Vinci) che vi parrà una cosa meravigliosa.» È difficile credere che Vasari abbia distrutto un capolavoro di Leonardo. È assai più probabile che lo abbia coperto con gli affreschi da lui ideati. Le indagini scientifiche e le ricerche in loco non hanno dato finora i risultati attesi, ma non sono ancora concluse.
Altri dubbi riguardano la sorte del "sontuoso" cartone ricordato ancora nel XVIII secolo e l'eventuale ubicazione della tavola preparatoria che sicuramente fu dipinta (come attesta anche l’incisione di Lorenzo Zacchia del 1558).
Ospedale di Santa Maria Nuova
I rapporti di Leonardo con lo "Spedale" di Santa Maria Nuova sono documentati, oltre che nel suo testamento, anche in diversi momenti della sua vita. Qui egli aveva la sua banca, depositava casse con libri a stampa, manoscritti e libri di disegni. Sempre qui eseguiva studi anatomici.
Lasciando Milano alla fine del 1499, Leonardo trasferì a Firenze, nel "banco" di Santa Maria Nuova, 600 «fiorini d’oro larghi in oro». Negli anni successivi ne ritirò 400. Prima di ripartire per Milano, il 20 maggio 1506, ne prelevava ancora personalmente 50 e quindi ne restavano 150 che, in base all’impegno stipulato in Santa Maria Nuova il 30 maggio seguente, servirono come cauzione, in favore della Signoria di Firenze, per obbligarlo a rientrare in città entro 3 mesi, pena la perdita del denaro. Garante era Leonardo di Giovanni Buonafé, efficiente "spedalingo" (hospitalarius) di Santa Maria Nuova dal 1500 per tre decenni e celebre anche quale committente di artisti come Pontormo, Rosso Fiorentino, Benedetto da Maiano, e Giovanni della Robbia.
Leonardo non rientrò in tempo a Firenze e la Signoria potè incamerare i suoi 150 fiorini, chiedendo anche che le fossero resi «indietro li denari presi per l’opera", la Battaglia di Anghiari, per la quale aveva «solo dato uno piccolo principio a un’opera grande».
Il 10 ottobre 1513 depositò a Santa Maria Nuova personalmente 300 scudi di sole (moneta francese). Nel suo testamento del 23 aprile 1519, redatto in Amboise: «ordina et vole che la summa de’ 400 scudi del sole che ha in deposito in man del camerlingo de’ Sancta Maria de Nove nella città de Fiorenza, siano dati alli suoi fratelli carnali residenti in Fiorenza, con el profitto et emolumento che ne può esser debito fino al presente de’ prefati camerlenghi…».
Un foglio autografo di Leonardo conservato nella Biblioteca Reale di Windsor confuta la leggenda secondo la quale rubasse i cadaveri, per utilizzarli segretamente come modelli per i propri disegni. È lo stesso Leonardo a raccontare come agisse in piena legalità e procedesse con grande umanità: «E questo vecchio, di poche ore innanzi la sua morte, mi disse lui passare cento anni e che non si sentiva alcun mancamento nella persona, altro che debolezza. E così, standosi a sedere sopra uno letto nello spedale di Santa Maria Nova di Firenze, senza altro movimento o segno d’alcuno accidente, passò di questa vita. E io ne feci notomia, per vedere la causa di sì dolce morte: la quale trovai venire meno per mancamento di sangue e arteria, che notria il core e li altri membri inferiori, li quali trovai molti aridi, stenuati e secchi. La qual notomia discrissi assai diligentemente e con gran facilità, per essere privato di grasso e di omore, che assai impedisce la cognizione delle parte. L’altra notomia fu d’un putto di due anni, nel quale trovai ogni cosa contraria a quella del vecchio.»
Una tradizione, che risulta essere soprattutto leggenda anziché storia documentata, narra di grandi vasconi di pietra situati nei sotterranei dell'Ospedale e utilizzati per i cadaveri studiati da Leonardo. Questo è un elemento straordinariamente suggestivo ma, allo stato attuale delle conoscenze, ancora da approfondire.
Palazzo Martelli (attuale sede del Liceo Galileo)
Il 22 marzo 1508, alla fine di quello che è considerato il secondo periodo fiorentino di Leonardo, precedente al suo secondo periodo milanese, egli abitava ancora in Firenze, "in casa di Piero di Braccio Martelli" (già ricordato da Leonardo verso il 1503) insieme allo scultore Giovan Francesco Rustici, che aiutò nella realizzazione di tre bronzi per l’esterno del Battistero (la Predica di San Giovanni). Qui iniziò la compilazione di una parte del Codice Arundel: «Cominciato in Firenze in casa Piero di Baccio Martelli addì 22 di marzo 1508. E questo fia un raccolto sanza ordine tratto di molte carte, le quale io ho qui copiate, sperando poi di metterle per ordine alli lochi loro, secondo le materie di che esse tratteranno; e credo che avanti ch’io sia al fine di questo, io ci arò a riplicare una medesima cosa più volte; sicché, lettore, non mi biasimare, perché le cose son molte e la memoria non le po’ riservare e dire: questa non voglio scrivere, perché dinanzi la scrissi. E s’io non volessi cadere in tale errore, sarebbe necessario che per ogni caso ch’io ci volessi copiare su, che per non repricarlo, io avessi sempre a rileggere tutto il passato, e massime stando con lunghi intervalli di tempo allo scrivere da una volta a un’altra».
Attualmente la trecentesca via degli Spadai è denominata via Martelli. Il palazzo di Piero di Braccio Martelli fu incorporato nel collegio degli Scolopi (sino al 1775 convento dei Gesuiti), con l’ampliamento realizzato nel 1836. Sulla facciata è leggibile una lapide che ricorda il soggiorno di Leonardo.
Abitazioni del padre di Leonardo
Borgo dei Greci (1457-1462)
Ser Piero abitò nel Popolo di San Firenze almeno dal 19 agosto 1457, data di una liberatio sclavae rogata da Ser Piero "in Populo Sancti Florentii, in domo habitationis mei notarii infrascripti", al 4 ottobre 1462. L'identificazione della casa è possibile grazie a un documento del 7 febbraio 1462, in cui sono indicati i confini dello stabile: "in Populo Sancti Florentii, in domo habitationis mei Petri notarii infrascripti, posita in dicto populo, cui a primo via, a II Domine Darie vidue, uxoris olim Iohannis Zuccheri, a III Chiassolino ex parte posteriori […]". Interessante notare che fra i testimoni era presente, oltre a un Amadori e a un Buti, il fratello di Ser Piero, Francesco, definito "calzaiuolo".
In base alle recenti ricerche di Elisabetta Ulivi, questa casa si trovava nel Popolo di San Firenze, in Borgo dei Greci, prossima a quella che era Via del Canestruccio e anche alla casa degli Amadori (la famiglia di Albiera, prima moglie di Ser Piero).
San Biagio (già Santa Maria Sopra Porta) - Piazza di Parte Guelfa (1462-1467)
Dal 29 ottobre 1462 al 29 marzo 1464, Ser Piero abitò con la moglie Albiera nel quartiere di Santa Maria Novella, Popolo di Santa Maria Sopra Porta, in prossimità della Piazza di Parte Guelfa (alla quale si accede da via Pellicceria, dal vicolo della Seta e dal chiasso di San Biagio).
La casa confinava da un lato con la strada, da un altro con Mario dei Nobili e su due lati con l'Arte del Cambio, che ne era proprietaria.
In questa casa, il 16 giugno 1463, nacque Antonia, figlia di Ser Piero e di Albiera, che morì e fu sepolta il 21 luglio dello stesso anno nella chiesa di San Biagio (già chiesa di Santa Maria Sopra Porta), dove il 15 giugno 1464 fu sepolta anche Albiera, morta "sopra parto".
Il 4 ottobre 1463 Ser Piero subaffittò per 5 anni, a Donato Franceschi, una casa di proprietà di Leonardo di Guasparre o di Maria Infangati, prossima alla Loggia dei Cerchi nel quartiere di Santa Croce (Popolo di San Romolo), che probabilmente aveva preso in affitto dubitando di poter restare nella casa dell'Arte del Cambio in Santa Maria Sopra Porta.
Piazza della Signoria - Chiasso dei Baroncelli (1467)
Il 16 gennaio 1467 Ser Piero prese in affitto una casa di Simone Baroncelli, nel Popolo di San Pier Scheraggio, "posta in sulla Piazza de' Signori", cioè Piazza della Signoria, confinante con il chiasso di messer Bivigliano, Sandro di Bivigliano Raugi, e Piazza de' Baroncelli. Qui rimase fino almeno al 12 ottobre dello stesso anno, data di un suo rogito in cui si legge "actum Florentie in Populo Sancti Petri Scheradii, in domo habitationis mei Petri notarii infrascripti", ossia eseguito in Firenze nel Popolo di San Pier Scheraggio (la chiesa poi incorporata ma ancora visibile nella Galleria degli Uffizi), nella casa in cui abito io, Ser Piero notaio soprascritto.
Il 27 ottobre 1467 la stessa casa venne riaffittata a Marco di Angelo Baroncelli, mentre il giorno seguente Ser Piero abitava e lavorava già nella casa nel Popolo di Sant'Apollinare.
Via dei Gondi (già Via delle Prestanze) (1467-1480)
Il 28 ottobre 1467 in un rogito di Ser Piero si legge: "actum Florentie in Populo Sancti Appolinaris, in domo habitationis mei notarii infrascripti", ossia redatto da Ser Piero nella propria abitazione di Sant'Apollinare.
Si tratta già, molto probabilmente, della casa in cui Ser Piero abitò fino al 1480, nel Popolo di Sant'Apollinare, in Via delle Prestanze (detta anche Via del Montecomune, o sdrucciolo della Dogana), ampliata nell'Ottocento dai lavori del Poggi per Firenze capitale, configurando l'attuale Via dei Gondi. L'edificio apparteneva all'Arte dei Mercatanti (o di Calimala); Ser Piero lo teneva in subafitto da Michele di Giorgio del Maestro Cristofano e poi da Giuliano Gondi. Infatti Ser Piero, nel Catasto del 1480, precisava: "Stavo prima a pigione in una casa dell'Arte de' Mercatanti […] per fiorini 30 l'anno. Rispondo di detta pigione a Giuliano Gondi per tutto ottobre prossimo che viene, 1480".
Nel 1485 il Gondi, che già possedeva l'abitazione confinante, nella quale viveva, acquistò anche le case dell'Arte dei Mercatanti; fece abbattere questi edifici e incaricò Giuliano da Sangallo di costruire l'attuale Palazzo Gondi. I lavori iniziarono il 29 luglio 1490. Qui un'iscrizione ricorda: "leonardo da vinci / visse la benaugurata giovinezza / in una casa dell'arte dei mercatanti / che da giuliano gondi fu compra e disfatta / nel murare questo palagio / al quale dandosi perfezione nel mdccclxxiv / il comune e il signore concordi / vollero che la memoria di tanto nome / al nobile e vago edificio / accrescesse decoro".
È interessante notare come Leonardo citi nel Codice Atlantico (f. 1024v), fra gli altri amici, anche Giuliano Gondi, il quale aveva molte attività commerciali fuori Firenze: i suoi figli, infatti, operavano a Napoli, in Ungheria e a Costantinopoli.
Via Ghibellina (1480-1504)
Dal 1 marzo 1480 (s.f. 1479) Ser Piero abitò nel Popolo di San Pier Maggiore in via Ghibellina (tra via della Fogna e via del Pepe, attualmente via Verrazzano e via del Fico), vicino al Palazzo del Podestà (l'attuale Museo del Bargello) come dichiarò nella portata al catasto dello stesso 1480. Si trattava della casa che avrebbe dovuto ereditare nel 1451 in base al testamento, redatto nel 1449, di Vanni di Niccolò di Ser Vanni, setaiolo e cambiatore; tale eredità, al centro di misteriose vicende, era stata oggetto di una controversia, che il nonno di Leonardo, Antonio, denunciò nella portata al catasto del 1457: "Anchora truovo un lascio, fu fatto a detto Ser Piero mio figliuolo per Vanni di Niccolò di Ser Vanni, per lo quale gli fu lasciato gli alimenti a sua vita et la ritornata della chasa in mentre vivesse, come appare pel testamento di detto Vanni, rogato per Ser Filippo di Cristofano, il quale lasciò non istimo alcuna cosa, perché gli eredi di detto Vanni di Niccolò di Ser Vanni, che furono e' frati di San Girolamo da Fiesole, preso che ebbono quello vollono con dispensatione del Papa, rifiutarono la detta eredità nelle mani dell'Arcivescovo di Firenze, et lui prese ogni cosa, et ha venduto e distribuito ogni cosa con dire essere beni guadagnati non lecitamente; et già sono circa d'anni 6 che detto Vanni morì, et mai se ne trasse nulla, et in tutto è spento et annullato".
Qui Ser Piero morì, come Leonardo ricorda, il 9 luglio 1504.
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Scheda a cura di Alessandro Vezzosi, con la collaborazione di Agnese Sabato
Data aggiornamento 12/feb/2008





